Il cuore puro, fecondo d’amore – VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – Lectio divina

Il cuore puro, fecondo d’amore – VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – Lectio divina

26 Febbraio 2025 0 Di Pasquale Giordano

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – Lectio divina
Sir 27,5-8 Sal 91 1Cor 15,54-58

Dio nostro Padre,
che hai inviato nel mondo la Parola di verità,
risana i nostri cuori divisi,
perché dalla nostra bocca non escano parole malvagie
ma parole di carità e di sapienza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro del Siràcide Sir 27,5-8
Non lodare nessuno prima che abbia parlato.

Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti;
così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti.
I vasi del ceramista li mette a prova la fornace,
così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo.
Il frutto dimostra come è coltivato l’albero,
così la parola rivela i pensieri del cuore.
Non lodare nessuno prima che abbia parlato,
poiché questa è la prova degli uomini.

Le parole rivelano i ragionamenti del cuore
La prima lettura, tratta dal Libro del Siracide, attraverso le tre immagini del vaglio, del forno e dell’albero da frutta mette in evidenza il potere rivelativo della parola. Il processo della vagliatura del grano e quello della cottura della ceramica richiamano situazioni nelle quali si è scossi e messi alla prova da eventi non piacevoli. Il discernimento non può avvenire in un dialogo solipsistico ma nel confronto con un altro fuori di sé che ascolta. Chi parla prende consapevolezza di ciò che lo induce a fare pensieri negativi o valutazioni viziate dall’invidia, dalla gelosia o da altre passioni. La terza immagine, ripresa nella pagina del vangelo, allarga lo sguardo alle relazioni personali e al modo con cui vengono coltivate. Se coltiviamo pensieri positivi la relazione produce frutti di amore, comunione, solidarietà, giustizia, fraternità. Le parole e i gesti sono rivelativi dei desideri e speranze che portiamo nel cuore, ma al tempo stesso sono gli strumenti che utilizziamo per realizzarli. È importante ascoltare il linguaggio del nostro corpo per cogliere ciò che abbiamo nel cuore, distinguere i pensieri ci fanno bene e quelli che ci fanno male, ciò che è da gettare e quello che invece è da coltivare e far crescere.

Salmo responsoriale Sal 91
È bello rendere grazie al Signore.

È bello rendere grazie al Signore
e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunciare al mattino il tuo amore,
la tua fedeltà lungo la notte.
Il giusto fiorirà come palma,
crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore,
fioriranno negli atri del nostro Dio.
Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore,
mia roccia: in lui non c’è malvagità.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1Cor 15,54-58
Ci ha dato la vittoria per mezzo di Gesù Cristo.

Fratelli, quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
«La morte è stata inghiottita nella vittoria.
Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?».
Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!
Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

L’amore vince il male
La seconda lettura, tratta dalla conclusione del discorso di s. Paolo sulla risurrezione, esorta a perseverare nel lavoro faticoso della conversione guidati da Gesù Cristo. Lui ci conduce alla vittoria sul peccato e sulla morte allorquando il nostro corpo mortale e corruttibile si rivestirà di immortalità nella risurrezione. La conversione è un cammino di trasformazione interiore accompagnati dal nostro Maestro interiore, lo Spirito Santo, che ci conforma gradualmente a Cristo. La trasformazione riguarda tutta la persona a partire dal suo centro che è il cuore. Lo Spirito Santo rende il nostro cuore sempre più aperto ad ascoltare la parola di Dio e capaci di metterla in pratica per poter diventare nella comunità lievito di fraternità e costruttori di comunione.

Dal Vangelo secondo Luca Lc 6,39-45
La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».
LECTIO

Contesto
Il discorso detto «della pianura» consta di quattro sezioni; la prima è caratterizzata da quattro beatitudini e quattro guai, la seconda è un insegnamento sull’amore fraterno quale elemento caratterizzante la comunità dei discepoli e mezzo per ristabilire la giustizia in situazioni di conflitto tra loro, la terza parte riguarda l’esercizio dell’autorità nella comunità e il rapporto tra essa e i discepoli, infine, la conclusione è affidata alla parabola della casa costruita con salde fondamenta o senza per indicare nella prova della persecuzione una forma di giudizio che manifesta la fedeltà di colui che ascolta e mette in pratica la parola di Gesù o la infedeltà di chi si ferma nella fede ad un livello superficiale.
Testo
Nella pericope liturgica si possono riconoscere due parti (vv. 39-42.43-45) corrispondenti ad altrettante immagini, della guida cieca e dell’albero, che compongono la parabola utilizzata da Gesù.
La parte conclusiva del discorso della pianura è caratterizzata dal linguaggio sapienziale che utilizza il codice linguistico della parabola. Essa non è solo racconto ma anche proverbio che denunciano in situazioni paradossali un’incongruenza come quella che può colpire i membri della comunità. Lo scenario rimane quello di una comunità segnata da debolezze che generano in essa divisioni. Il riferimento all’occhio è indice del fatto che la comunità è pensata come un corpo nel quale ogni membro svolge una funzione. Quella della vista richiama l’atteggiamento del discernimento necessario perché ogni discepolo possa verificare la propria adesione di fede misurandola sul modello incarnato dal maestro.
Il proverbio del v. 40 è il perno della prima parte del brano evangelico. Il focus del discorso riguarda il rapporto tra il discepolo e il suo maestro. Il fine dell’insegnamento del maestro è trasmettere la tradizione ricevuta e formare il discepolo ad assumere la stessa funzione del maestro e continuarne l’opera. È dunque in gioco l’integrità del Vangelo che, invece di essere trasmesso attraverso un sano processo di tradizione, può essere tradito da comportamenti scandalosi (nel senso letterale del termine, causano cadute). Gesù mette in guardia i discepoli dal pericolo di credersi superiori a lui e di potersi collocare in una posizione superiore a quella nella quale lui si è posto. La storia ci consegna situazioni nelle quali i discepoli hanno preso le distanze dal loro maestro e fondatore considerando il suo insegnamento superato o impraticabile. La tentazione di modellare su di sé il contenuto del proprio insegnamento e della prassi, è sempre attuale. Il cieco è dunque il simbolo di chi è reso ipovedente dalla superbia. La condizione di cecità, lungi dall’essere indice di una qualche colpa da scontare, è strutturale all’uomo che da solo non può conoscere la sua via. Il discepolo percorre la via del comandamento dell’amore non per capacità o merito proprio, ma perché si lascia guidare dalla voce del maestro interiore al fine di essere come Gesù.
L’accostamento dei due proverbi si comprende meglio vedendo la versione di Matteo del detto sul rapporto tra discepolo e maestro che è specificato meglio con l’aggiunta del rapporto tra servo e padrone (cf. Mt 10,24s; Gv 13,16.15,20). In questo senso, il discepolo deve ambire a diventare come il Maestro che a sua volta, facendosi discepolo del Padre e mirando ad essere misericordioso come Lui, ha esercitato la sua autorità assumendo la condizione di servo dell’uomo. L’aspirazione del discepolo non può essere di superare Gesù ma di raggiungere la statura morale e spirituale del maestro, mettendo in pratica il suo insegnamento e seguendo il suo esempio. Egli, infatti, non si è eretto a giudice inquirente ma si è posto come fratello e compagno di cammino, rimandando il giudizio al momento finale.
Alle due domande retoriche del v. 39, che affrontano il problema della presunzione di quel cieco di guidare un altro cieco come lui, segue la massima del v. 40 che, concentrandosi sul giusto rapporto tra il discepolo e il maestro, introduce il parallelismo tra la parabola, che ha come protagonista la coppia di ciechi, e la comunità reale nella quale un fratello si erge a giudice dell’altro (vv.41-42a). La parabola e la sua attualizzazione hanno in comune l’immagine dell’occhio. La scena del cieco che guida un altro come lui è paradossale quanto l’iperbole della trave nell’occhio dell’uomo che, notando la pagliuzza in quello del fratello, si propone di curarlo. Il v. 42a è una sentenza che giudica «ipocrita» il discepolo il quale nel rapporto col fratello assume la funzione di giudice e maestro. Egli, infatti, piuttosto che analizzare sé stesso, interrogando la propria coscienza, si improvvisa giudice del fratello proponendogli il suo aiuto. L’intervento correttivo, che di per sé è una cosa buona, diventa un danno per tutti se il fratello che intende correggere l’altro non parte dal riconoscere i propri limiti e intervenire su di essi, per acquisire la capacità di aiutare l’altro discepolo ad uscire dalla propria condizione d’infermità.
L’evangelista Luca sembra riprendere i «guai», che seguono le «beatitudini»; dopo aver chiarito che il comandamento dell’amore al nemico è la via che conduce a possedere la beatitudine del Regno, definisce chi sono quei discepoli dei quali piange la sorte perché, sotto le mentite spoglie dell’amico, si comportano da nemici. Matteo 15,16 rivolge una serie di «guai» agli scribi e farisei ipocriti definite «guide cieche». Perciò per ristabilire la giustizia nei rapporti conflittuali tra fratelli bisogna iniziare dal riconoscersi poveri, ossia mancati di quella sapienza che permetta un giusto discernimento delle situazioni con il conseguente atteggiamento nei confronti del fratello, anch’egli mancante, di mite prossimità e cura amorevole.
Il cristiano è il discepolo che non pretende di superare il maestro e di prenderne il posto, ma si prepara per essere buono come il suo maestro. Come il maestro non si sostituisce al discepolo, così il discepolo non deve sostituirsi al suo maestro; impara da lui ad essere per i fratelli guida che accompagna come egli stesso si lascia accompagnare dal maestro. L’orgoglio acceca mentre l’umiltà illumina. L’orgoglio fa ambire ad essere meglio e di più degli altri, mentre l’umiltà ci aiuta a lasciarci penetrare dalla Parola di Dio. L’abbaglio del giudizio facile ci condanna alla superficialità mentre il discernimento fatto alla luce della Parola di Dio ci rende più lucidi nelle analisi e più profondi nelle relazioni. in definitiva, ciò che viene richiesto è un atteggiamento che non ci ponga al di sopra degli altri ma tutti al di sotto della Parola di Dio per ascoltarla. Obbedire significa proprio ascoltare stando sotto. Ne consegue che la guida, come Gesù, è l’accompagnatore dei fratelli per aiutarli ad ascoltare insieme la Parola di Dio e discernere la sua volontà.
La sentenza parabolica sulla pagliuzza e la trave nell’occhio è amplificazione del divieto a giudicare. Se è vero che compito del buon maestro e guida è quello di correggere la condotta di chi devia dalla via della giustizia, è altrettanto vero che bisogna stare attenti all’eccesso della critica che giustificherebbe la condanna fino all’estromissione del reo. La correzione fraterna è un gesto di carità a patto che essa sia l’occasione perché tutti si mettano a nudo davanti a Dio. In questo clima di confidenza e intimità non c’è lo spazio per giudizi e sentenze ma solo per l’accoglienza benevola e l’ascolto silenzioso.
La seconda parte della pericope liturgica riprende il linguaggio parabolico presentando l’immagine agricola dell’albero e dei suoi frutti. La sapienza d’Israele utilizza spesso questi simboli per veicolare il messaggio della giustizia. Nella realtà gli alberi, di per sé, non sono né buoni né cattivi; dunque, l’aggettivo, che ha una valenza morale, si riferisce a ciò che l’albero simboleggia. L’attenzione si concentra sulla funzione dell’albero con la sua produzione di frutti i quali, sono buoni se al gusto risultano gradevoli, o cattivi se suscitano una reazione di rigetto. Nel linguaggio biblico l’albero è il simbolo del credente giudicato buono se le sue parole e le sue opere sono gradite al Signore, oppure rigettato a causa del suo comportamento ingiusto e dannoso nei confronti degli altri fratelli. I fichi e l’uva sono due frutti che simboleggiano la dolcezza dell’amore la cui origine è Dio. Il racconto della creazione descrive la comunità come un giardino con tante piante e alberi del quale l’uomo stesso è il custode e coltivatore. Ogni albero produce i suoi frutti ma in natura ci sono anche delle piante sterili e nocive come gli spini e il rovo. Il frutto buono è quello che, mangiandolo, causa piacere e gioia, ed è quindi simbolo delle opere buone che creano un clima di fraternità e comunione nella comunità; al contrario, il frutto cattivo è quell’opera inutile che sterilizza ogni possibilità di vera fraternità e causa rotture e divisioni.
Il v. 45 attualizza la parabola identificando l’albero con l’uomo che ha un cuore, cifra simbolica della sua dimensione interiore, sede ideale dell’intelletto, della conoscenza e della volontà. Dalle dinamiche conflittuali che si verificano nella comunità il discorso si apre ad un orizzonte universale; con ciò Gesù vuole affermare che il comandamento dell’amore al nemico non è una peculiarità dei suoi discepoli ma indica la vocazione e la missione che coinvolge ogni uomo. Come la bontà di Dio si riversa su tutti gli uomini, così ogni uomo è reso capace di fare il bene amando i nemici. L’uomo manifesta la sua identità attraverso le sue opere che rivelano la sua interiorità, abitata da Dio o dal maligno.
La consapevolezza di essere tutti figli del Padre misericordioso deve indurre a impostare la relazione con Lui, con gli altri e con sé stessi in modo dialogico, come il Maestro insegna. Il discepolo che ascolta la Parola di Dio entra in dialogo con il Signore affinché sia guidato al discernimento interiore. Il cuore, custodendo la Parola di Dio, diventa un laboratorio nel quale avviene la trasformazione in intenzioni buone; in tal modo il centro dell’uomo è il tesoro da cui trarre parole e azioni che hanno il gusto della carità. Un cuore che sa ascoltare diventa sorgente di bene dispensato attraverso le parole e le azioni.
In conclusione, l’insegnamento di Gesù annuncia l’evento pasquale nel quale si manifesta la prossimità di Dio che perdona e riconcilia. Il Vangelo è l’insegnamento che Gesù trasmette dalla croce ai suoi discepoli ai quali non è richiesto un impegno maggiore nel culto o nello studio della Legge ma di imitarlo nell’essere prossimo ad ogni uomo, soprattutto al nemico, e avere nei suoi confronti lo stesso atteggiamento misericordioso che il Signore e Maestro, in fedele obbedienza alla volontà del Padre, ha avuto verso di lui.

MEDITATIO
Il cuore puro, fecondo d’amore

La vita è un cammino verso la Pasqua quando, dice s. Paolo, il nostro corpo corruttibile e mortale diventerà incorruttibile e immortale perché sarà definitivamente come quello di Gesù Cristo. Siamo dunque in marcia guidati dal nostro Capo che sulla croce ha già neutralizzato il peccato e vinto la morte. Lui ci ha aperto la strada verso la Gloria, la Vita eterna. Siamo chiamati a seguirlo per essergli discepoli. Non ci nasconde la fatica del cammino della fede e i pericoli che la insidiano, ma ci assicura la sua vicinanza e l’assistenza nel combattimento contro il peccato. Amare i nemici, benedire chi ci maledice, fare del bene a chi ci odia, pregare per chi ci tratta male è la vetta dove giungere. È la vetta della croce ma, ancora di più, è la cima più alta dell’amore. Gesù si offre come maestro e guida. Come tale, egli anche ci corregge con mitezza e misericordia diventando per noi modello di educatore. Lui, che è Maestro e Signore, si inginocchia davanti ad ogni discepolo per servirlo nello stesso modo con cui piega il suo cuore per ascoltare la voce del Padre. Il primo movimento dell’amore è l’ascolto, senza giudizio. L’orgoglio di essere superiori agli altri ci porta a prendere il posto di Dio nel giudicare. Dio ascolta, prima di parlare e agire. L’ascolto benevolo e attento è lo spazio offerto all’altro per aprire il suo cuore. Se si crea la possibilità di raccontarsi, chi narra di sé impara a conoscersi e a distinguere nel suo cuore il bene dal male. Il silenzio di Dio non è indifferenza ma è l’abbraccio nel quale lasciarsi accogliere per aprire il proprio cuore. Su questo modello deve ispirarsi la relazione di amore tra fratelli. Come Dio, mite e misericordioso, cammina con noi condividendo gioie e fatiche, anche noi dobbiamo farci compagni reciprocamente tra fratelli. Proprio per questo Gesù invia i discepoli in missione a due a due e non da soli. Dare il primato dell’ascolto, sul giudizio e la condanna, aiuta a purificare il cuore da quei pensieri che inducono a reazioni aggressive contro chi sbaglia. Per un uomo la mitezza, espressione di compassione, si traduce nell’anteporre alla reazione istintiva della correzione la pazienza dell’ascolto del fratello. Ascoltando, infatti, si scopre che il difetto notato in lui è anche il proprio. Solo allora scatta l’applicazione della regola d’oro: fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te. Se ci sentiamo accolti e amati anche noi, nei nostri peccati, avremo la forza di combatterli e il coraggio di superarli per un bene più grande. La correzione che non mira alla comunione è un’aggressione mascherata ora da favore fatto da un amico, ora da diritto-dovere da esercitare. S. Giovanni Bosco affermava che l’educazione è questione di cuore, non di strategie o metodologie. Con questo voleva ribadire che l’amore fraterno ha la sua radice nel cuore e i suoi frutti sono le parole e le azioni con le quali intessiamo i rapporti personali. Esse sono veramente buone se contribuiscono a creare legami forti di amore nei quali si manifesta la misericordia di Dio. Al contrario, anche quello che viene millantato come atto di amore, fatto per il bene dell’altro, è cattivo perché con il giudizio lo si offende e lo si mortifica. Ascoltando la Parola di Dio, possiamo fare verità dentro noi stessi e, pregando, ci raccontiamo a Lui. Così si coltivano nel cuore i pensieri buoni e si sradicano quelli cattivi. Un cuore che sa ascoltare diventa terreno fertile dal quale nascono parole e azioni di pace.

ORATIO
Signore Gesù,
Tu, che diventando nostro fratello,
ascolti il grido del povero e ti fai suo prossimo,
sostieni i tuoi discepoli nella lotta quotidiana
contro il peccato dell’orgoglio
che inquina il nostro cuore.
Tu che dalla cattedra e dal trono della Croce
sei riconosciuto come Maestro di sapienza
e confessato come Signore misericordioso,
insegnaci il primato dell’ascolto della Parola di Dio
affinché possiamo essere per i nostri fratelli
fedeli compagni, credibili testimoni e guide sicure
nel comune apprendistato della vita cristiana.
Cambia la nostra mente,
spesso chiusa dai pregiudizi, affinché,
accogliendo la luce della Sapienza che viene dall’alto,
possiamo conoscere profondamente il nostro cuore
e offrire al Padre, nella confessione dei nostri peccati,
la paura, la rabbia e l’amarezza,
il risentimento, la presunzione e l’orgoglio,
l’invidia, la gelosia e l’avidità
dalla cui radice nascono tutti i mali:
insinuazioni, giudizi e accuse,
critiche ingiuste, cattiveria,
indifferenza e aggressività.
Educaci alla preghiera, personale e comunitaria,
per coltivare nel cuore i sentimenti più nobili
e pensieri conformi alla speranza di pace
per fruttificare in parole e gesti di autentica carità. Amen.